IL SARCOFAGO DI ATELLA
Rinvenuto nel 1740, attualmente si trova presso il Museo Nazionale di Napoli.
di Michele Traficante

Nel Museo Nazionale di Napoli, al n°124325 della sala XI, è conservato il magnifico sarcofago di Atella con le sculture del mito del ritrovamento dell’eroe greco Achille nell’isola di Sciro tra le figlie del re Licomede.
Secondo l’archeologo e storico Giuseppe De Lorenzo, esso fu trovato nel 1740 in agro di Atella, in località “Serra”, ex proprietà De Robertis, prospiciente il “tratturo regio” che portava a Venosa.
Inizialmente il sarcofago fu deposto nella chiesa di San Nicola di Atella, presso la porta cittadina rivolta verso Rionero.Durante il suo trasporto su un carro agricolo in paese il pesante blocco di marmo si “ammuccò”, cioè si rovesciò di lato, finì nel ruscello Imperatore e si produsse una lesione visibile sul fianco sinistro.Successivamente il sarcofago venne portato a Barile nell’antico palazzo baronale dei Torella, di cui i Cittadini erano amministratori. Antonio Cittadini, secondo quanto riportato nello scritto dell’atellano Silvio Di Pasquale “Atella, visto da mastro Silvio”, Pro Loco Vitalba, 1973, lo ha venduto, nel 1897, al Museo Nazionale di Napoli, ove si trova tuttora.
“Meno antico –afferma De Lorenzo nella sua pregevole opera “Venosa e la regione del Vulture” -, giacché discende al tempo degli Antonini e forse anche al quarto del III secolo, ed anche meno puro e meno corretto di linee e di stile, ma assai più bello per concezione e raffigurazione artistica rispetto al sarcofago di Melfi, trovato nel 1856 in località “Arborepiano” del territorio di Rapolla.
Infatti, si tratta di un superbo sarcofago, costituito da un grosso blocco di marmo (m 2,55 in lunghezza, m 1,04 in altezza e m 1,12 in larghezza) in cui le grandi sculture in rilievo corrono lungo i tre lati della cassa e rappresentano scene della vita di Achille, che fu l’eroe più bello della Grecia antica. In una delle facce laterali è rappresentato Achille giovinetto con il centauro Chirone, al quale la madre Teti lo aveva affidato per l’educazione. Chirone sta solenne come torre sulle gambe anteriori e su quelle posteriori piegate sul terreno; la coda scende morbidamente tra le erbe.Tiene fermo, con le muscolose braccia, un ramo d’albero conficcato nel terreno. Achille, che appare mutilo di un braccio, si sforza inutilmente di strapparlo dalle mani del maestro. La scena è tutto un movimento di muscoli e di volontà; anche la pelle del leoncino, legata al collo del centauro, svolazza al vento fino a toccare il poderoso bucranio che sostiene la cornice ed il fregio. Il mito greco ci narra di come la madre Teti, per timore della precoce morte del figlio, lo nascondesse, travestito da donna, tra le figlie del re Licomede, di una delle quali, Deidamia, Achille s’innamorò pazzamente e dalla quale ebbe un figlio, Neottolemo che, dopo la caduta di Troia, ucciderà il vecchio Priamo, il piccolo Astianatte e sacrificherà la giovinetta Polissena sulla tomba del padre.
Si sta approntando la spedizione greca per la guerra di Troia. Le città greche si uniscono in lega. Ulisse, Diomede e Nestore vengono a rintracciare l’eroe Achille nel gineceo del re di Sciro.Hanno portato monili e vesti femminili insieme con spade, lance e scudi. Al suono improvviso di una tromba di guerra Achille si getta ad imbracciare una lancia ed uno scudo.Viene così riconosciuto tra lo stupore delle ragazze. La scena è suggestiva nel movimento, è degna dello scalpello dei principi della scultura. Ulisse si lancia verso Achille per associarlo alla guerra tra lo spavento delle ragazze ed il pianto di Deidamia, che cerca di trattenerlo per un braccio. Ma sono vane le lacrime. Gli insegnamenti del centauro non permettono ad Achille di restare inerte tra le carezze femminili ed il pianto di Deidamia. Nell’altra faccia laterale è rappresentata Deidamia che viene confortata dalle ancelle dopo la partenza di Achille.
Il sarcofago di Atella è di una vivacità sorprendente, che invano si cerca tra le statuine dei maggiori scultori del tempo.Un raro esempio di capolavoro artistico, dunque, di origine, senza dubbio, greca e portato a Roma per la sepoltura di ricca famiglia patrizia. Infatti, il sarcofago di Atella è dedicato a Metilia Torquato, il cui nome è scolpito, certamente non dal fine artista del sarcofago, in epoca successiva alla sua realizzazione in Grecia. Il che fa supporre che esso sia più antico rispetto alla sua utilizzazione da parte della famiglia Torquato che, probabilmente, aveva proprietà terriere nella valle di Vitalba, facente parte dell’estesissimo agro venosino, già colonua romana da quasi tre secoli prima di Cristo.
E non è detto che il territorio della Valle di Vitalba non riservi altre interessanti scoperte archeologiche, dopo quelle di per sé importantissime già venute a luce degli anni scorsi e, recentemente le fondamenta di una grande villa romana in località “Torre degli Embrici, in agro di Rionero in Vulture. Questi interessanti reperti, come altri rinvenuti in altre aree archeologiche del Vulture ( Melfi, Lavello, Ripacandida, Ruvo del Monte ecc.), hanno trovato opportuna collocazione nel Museo Nazionale del Melfese, intitolato, nel 2006, a “Massimo Pallottino”, presso il castello di Federico II di Melfi. Lo stesso, ci si augura, possa avvenire quanto prima per il sarcofago di Metilia Torquato di Atella.
